Archivio per febbraio 2012



I numeri 10. Zinedine Zidane

Zidane, il numero dieci disorganico e meticcio. L’altro grande genio francese, così diverso da Platini, eppure suo erede, saltando a piè pari proprio Roberto Baggio. Il suo numero dieci è una patria interrazziale. Egli è un rivoltoso taciturno. Caso unico di completezza tecnico-tattico-fisica – precisione, tiro, lancio, colpo di testa, possesso palla, visione di gioco, stazza, corsa, posizione – vince di tutto. Palloni d’oro, coppe del mondo, campionati. Vince anche la bruttezza, infondendo in un corpo di bestia la grazia di una bella. I suoi assist sono di una precisione stupefacente, sono cristalli di luce. Con la famigerata testata a Materazzi, infine, supera se stesso e il senso comune. Per una volta l’umano troppo umano dice no ed entra nella storia.

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Il sorriso di Mazzone

Qualcuno lo ha amato, poi, Baggio? Qualcuno gli ha voluto bene davvero? Uno Schillaci, un Hubner non potevano amarlo per i suoi assist: era gratitudine, stupore, quasi paura, ché come ha dato può togliere. Solo Mazzone poteva amarlo. Perché Baggio richiede dedizione, a Baggio non puoi far domande, e il tuo amore non sarà mai equilibrato, perché non importa quanto puoi star male tu, quello che soffre sarà sempre lui. E non importa quanto sarai bravo a schierare la squadra in campo, quello che farà i prodigi sarà sempre lui. A Baggio serviva un padre così vecchio e saggio da non poterlo invidiare: ci pensi tu Roberto? E Roberto ci pensa, prima cercando il mondiale, poi, ancora più bello, ancora più amato, continua a giocare e segnare, solo per la voglia di sentire ancora una volta quel dolore alle ginocchia e vedere quel sorriso sul volto del vecchio…
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Vincere un mondiale con Roberto Baggio

Roberto Baggio è stato una parentesi singolare nella storia del calcio italiano. Forse era un brasiliano o forse un alieno. Sicuramente era maledetto, perché non ha vinto. E meno male! Una vittoria con Baggio ai campionati del mondo sarebbe stato un precedente letale. Vincere con Roberto Baggio sarebbe stato un trauma troppo doloroso per lo spirito italiano. E sapete perché? Perché sarebbe stato troppo bello. Un mondiale con Baggio? Come avremmo potuto vivere da quel momento in poi? Saremmo finiti in un’illusione eterna. Saremmo impazziti, altroché!

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La tribuna della memoria. Parte 1.

D’un tratto ci si ricorda quanto era buffo Cerezo con i capelli ossigenati, saltano
alla mente le capriole di Faustino Asprilla e la papera di Zenga, il sale di Anconetani, l’acqua santa di Trapattoni o il trenino del Bari; ci si chiede che fine abbia fatto Baresi, saltano fuori nomi strani…

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I numeri 10. Gianni Rivera.

Gianni Rivera. Rivera, il numero dieci perfetto e per difetto. I sostenitori affermano che trasformasse in oro tutto quello che gli passava fra le dita dei piedi. Chi gli preferiva Mazzola, lo accusa di essere un miraggio di bambagia, una principessina tracotante. I suoi ripetuti dribbling a rientrare, a rimpiattare, a caracollare, con la suola della scarpa, con la punta del piede, a centrocampo, al limite dell’area sono una carezza e una canzonatura, i triangoli chiamati, i lanci e i colpi di tacco sottilissime tele di ragno; i suoi tiri sono la lingua pungente di una vecchia serva. Prolifico e solo apparentemente superfluo, discontinuo e determinante, bandiera discussa, genio compreso, è con lui che consacra il ruolo e la definizione ufficiale del fantasista.

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I numeri 10. Giancarlo Antognoni.

Giancarlo Antognoni: il Signore dalla Sfera di Cuoio. Il numero dieci pitagorico.   È l’intera tabellina tattica del due, allo stesso tempo un quattro, un otto, un dieci. I suoi lanci sono un perfetto esempio di geometria applicata, i suoi gol un connubio fra le potenze delle natura e le arti umanistiche. Al numero dieci offre l’eleganza del baronetto, la prestanza del puledro e un tocco di romantica sventura. Un colpo alla testa lo costringe a lottare fra la vita e la morte, e a perdere uno scudetto; un infortunio lo costringe a saltare la finale dei mondiali di Spagna. Uomo squadra, fantasista per diritto, regista di fatto, goleador mancato, gioca osservando il cielo stellato sopra di lui.

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L’ammiraglia di carta azzurra

Usa 94′. L’ammiraglia di carta azzurra si prepara a farsi ingoiare dall’Atlantico, finché Baggio indossa il cappello da capitano in Italia-Nigeria. Lo ricordo come se fosse ora. Era un estate caldissima, anche in città sembrava di stare sulla spiaggia. Baggio, invece, dall’altra parte del mondo…

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